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Pernice rossa dell’isola d’Elba: alloctona e ibrida, ma con prospettive di conservazione. Ecco perché

pubblicato martedì 14 gennaio 2020 alle ore 10:16:43


Pernice rossa dell’isola d’Elba: alloctona e ibrida, ma con prospettive di conservazione. Ecco perché

Da Greenreport



Nel contesto del marcato depauperamento demografico e genetico della pernice rossa in Italia, anche l’integrità genetica della popolazione elbana è stata in parte pregiudicata da scellerate operazioni gestionali a fini venatori occorse nel recente passato



[13 Gennaio 2020]





La pernice rossa (Alectoris rufa) è un galliforme distribuito nell’Europa sud-occidentale dal Portogallo attraverso la Spagna e la Francia centro-meridionale fino a una ristretta porzione dell’Italia nord-occidentale. Specie cacciabile, è listata da BirdLife Internationaltra i taxa di interesse europeo per la conservazione ed è inserita nella Direttiva Habitat e nella Convenzione di Berna come specie minacciata.



Dal secondo dopoguerra,la pernice rossa ha sofferto l’ibridizzazione mediata dall’uomo con l’esotica coturnice orientale (Alectoris chukar), una specie affine con ampia distribuzione nel Paleartico orientale (dalla Grecia alla Cina nord-orientale). Questa pratica è invalsa per molte decadi allo scopo di abbattere il costo dei ripopolamenti a uso “pronta caccia”attraverso la produzione di animali in grado di adattarsi meglio alla cattività rispetto ai soggetti geneticamente puri.



Le pernici rosse ibride, una volta illegalmente rilasciate in natura, benché mostrino un minor tasso di sopravvivenza, sono in grado di deporre un numero più elevato di uova e sono capaci di dar luogo a seconde covate (a cura dei maschi) con maggior frequenza rispetto agli individui puri. Nel corso del tempo, massicce operazioni di ripopolamento condotte con pernici rosse non sottoposte ad alcun controllo genetico hanno così determinato un cospicuo inquinamento soprattutto, ma non esclusivamente, nella porzione orientale dell’areale di distribuzione della specie.



D’altra parte, anche l’origine geografica ignota dei soggetti impiegati nei ripopolamenti rappresenta tuttora una grave minaccia alla sopravvivenza della specie in termini di perdita di adattamenti locali. Accade spesso, infatti,che pernici rosse siano importate da aree del range di distribuzione della specie assai diverse rispetto a quelle di destinazione (e.g., dall’Andalusia all’Italia settentrionale). Nel complesso, la sinergia tra inquinamento genetico e rimescolamento biotico sta determinando una sempre più marcata omogeneizzazione, un vero e proprio caos faunistico causato dal mancato rispetto dell’identità genetica e dell’origine geografica nella gestione della specie.



Il gruppo di ricerca in“Genetica della Conservazione ed Evoluzione Molecolare dei Vertebrati”del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa ha maturato negli ultimi venti anni una conoscenza approfondita del genere Alectoris e della pernice rossa in particolare. L’ultimo studio (Zoology: Forcina et al., in stampa), finanziato dall’Ateneo di Pisa nell’ambito del Progetto di Ricerca (PRA_2018_15) “Analisi multidisciplinare dei processi adattativi di specie sinantropiche”, ha riguardato la popolazione di pernice rossa dell’isola d’Elba (Parco Nazionale Arcipelago Toscano). Sebbene non scevra da inquinamento genetico dovuto ad A. chukar (Barbanera et al.2009; Guerrini & Barbanera 2009), tale popolazione è di maggior pregio in Italia per la sualunga storia naturale (possibile presenza sin dall’ultima glaciazione del Pleistocene sebbene documentata “solo” dal 1808), la capacità di auto-sostentamento e l’assenza di ripopolamenti negli ultimi venticinque anni. Scopo del lavoro è stato l’accertamento della posizione filogeografica della pernice elbana all’interno della specie, una conoscenza importante ai fini della sua gestione in senso adattativo. In modo particolare, la ricerca si è preoccupata di verificare l’assegnazione della popolazione elbana alla sottospecie nominale A.r. rufa, ovvero di accertare la veridicità del carattere autoctono tradizionalmente riconosciutoa questa risorsa naturale su base esclusivamente geografica.



Le analisi genetiche (DNA mitocondriale) sono state realizzate tramite un campionamento non-invasivo (feci) condotto negli anni 2004-2006 e 2018-2019 attraverso tutto il territorio dell’isola (24 località). Sono stati sequenziati due geni (Citocromo-b, Regione di Controllo) per un totale di circa 2250 basi di DNA in 110 campioni di pernice rossa elbani. Tale segmento genico è stato confrontato con il medesimo di149 soggetti originari di Portogallo, Spagna, Francia (Corsica inclusa) e Italia nord-occidentale.



La comparazione delle sequenze ha indicato una chiara vicinanza della pernice rossa elbana alle popolazioni della Penisola Iberica, mentre l’attesa appartenenza alla sottospecie propria di Francia e Italia (A. r. rufa) è stata rigettata. Il quadro complessivo ha permesso di ricostruire come l’intenso e recente contributo genetico dovuto all’importazione di soggetti dalla Penisola Iberica si sia sovrapposto al meno pervasivo ma più costante nel tempo flusso genico dovuto a ripopolamenti con soggetti di molteplice origine geografica. La marcata vicinanza genetica con le pernici iberiche, il risultato più sorprendente e, per certi versi, intrigante, ha trovato ampio riscontro, tra gli altri elementi, in una serie di testimonianze personali dello staff dell’ex Corpo Forestale dello Stato e della Polizia Provinciale dell’isola d’Elba unitamente a documenti rinvenuti nell’Archivio della Provincia di Livorno e attestanti operazioni di ripopolamento sul territorio elbano con soggetti di origine spagnola condotti alla fine degli anni ’60 – inizio anni ’70.Più in generale, purtroppo, l’importazione di pernici sia da aziende private sia da allevamenti pubblici della Spagna è una pratica che ha ripreso vigore dal 2005 e che è tuttora in atto in diverse regioni italiane.



Incidentalmente, i risultati riguardanti la pernice elbana hanno mostrato che il 57% dei campioni investigati possiede linea mitocondriale A. chukar. Questi ultimi sono distribuiti con maggior frequenzanel settore orientale dell’isola sebbene siano presenti anche lungo tutti i versanti del Monte Capanne. Purtroppo, il flusso genico tra le pernici del settore orientale (Mt. Strega – Volterraio – Cima del Monte – Mt.Val di Capanna – Mt. Calamita) e occidentale (Mt.Capanne) dell’isola stessa è molto limitato.



Pertanto, a fronte del continuo declino demografico accertato dalla metà degli anni ’90 (ultimo dato ufficiale, 30-50 coppie: Centro Ornitologico Toscano & Parco Nazionale Arcipelago Toscano 2006), è sempre più urgente affiancare alla mitigazione di noti fattori di minaccia (abbandono coltivi, alta densità del cinghiale, urbanizzazione etc.) anche strumenti di tipo genetico-molecolare in grado di guidare azioni di conservazione in situ(e.g., corridoi ecologici) prima ancora che eventuali operazioni ex situ possano esser prese in considerazione (possibile trasferimento di alcune coppie sulla vicina isola di Pianosa: Baccetti & Gotti2016, vedi sotto). Peraltro, le osservazioni personali condotte mensilmente da chi scrive tra il 2017 e il 2019, suggeriscono che le pernici rosse elbane potrebbero essere più numerose rispetto al risultato del censimento di cui sopra.



Nonostante la natura alloctona rivelata dalla linea mitocondriale e l’inquinamento genetico con A. chukar, la popolazione elbana è meritevole di conservazione in quanto verosimilmente custodisce ancora nel suo genoma almeno una parte dell’ormai altrove estinto patrimonio genetico della sottospecie formalmente ascritta all’Italia. A differenza del DNA mitocondriale (eredità uniparentale e solitamente non soggetto a ricombinazione genica), rapidamente “contaminato” nella pernice elbana dalla parentela recente con soggetti iberici, l’incorporazione stabile di porzioni di DNA di origine esotica nel genoma nucleare (eredità biparentale e soggetto a ricombinazione) richiede molte più generazioni.



La ricerca attualmente in svolgimento a Pisa prevede l’analisi del DNA nucleare (loci microsatellitari) ed il sequenziamento dell’intero genoma della pernice elbana. L’uso dei microsatelliti mira alla precisa determinazione dell’estensione geografica dell’ibridizzazione sull’isola e del flusso genico tra le sub-popolazioni occidentale e orientale sfruttando l’intero set di campioni disponibili (oltre 200), mentre lo studio del genoma permetterà di ottenere elementi di conoscenza bio-informatica innovativi per la conservazione dell’intera specie.



Nel contesto del marcato depauperamento demografico e genetico della pernice rossa in Italia, anche l’integrità genetica della popolazione elbana è stata in parte pregiudicata da scellerate operazioni gestionali a fini venatori occorse nel recente passato.



Se, da un lato, l’ibridizzazione naturale è parte dell’evoluzione, dall’altro, quella mediata dall’uomo, sovente discussa, non deve necessariamente comportare l’eradicazione o la non conservazione dei taxa geneticamente compromessi. E’ questo il caso della popolazione elbana di pernice rossa, pur sempre la risorsa di maggior pregio per questa specie in Italia. Peraltro, in un ambiente insulare in cui la pressione antropica è progressivamente cresciuta nel tempo insieme alla trasformazione del territorio, e a fronte dei rapidi cambiamenti climatici dei nostri giorni, la pernice elbana rappresenta anche un caso studio interessante per accertare il potenziale contributo in chiave adattativa dei geni alloctoni presenti nel genoma di una piccola popolazione.



In occasione delworkshop svoltosi a Portoferraio “La gestione di specie e habitat per la riqualificazione degli ecosistemi insulari” (10-12 Dicembre, 2019) nell’ambito del Progetto “Resto Con Life”, i responsabili dello stesso hanno affermato, in modo condivisibile, di voler riflettere prima di decidere quale “pernice rossa” re-immettere sull’isola di Pianosa.E’ opinione di chi scrive (non partecipe del Progetto) che nella scelta tra l’impiego, come ricordato in occasione del workshop, di una popolazione di allevamento di origine non italiana resa geneticamente integra (?) rispetto ad A. chukar seppur non scevra da contaminazione per opera di sottospecie iberiche(condizione oggi pressoché ineludibile per “ripulire” un genoma di pernice rossa) e quella, come proposto inizialmente nel Progetto, di un nucleo fondatore costituito da soggetti elbani geneticamente selezionati, quest’ultima sia da preferire.



Oltre a garantire un back-up demografico su di un’isola vicina, un’operazione siffatta non rappresenterebbe la mera sostituzione di un ibrido (pianosino, eradicato) con un altro ibrido (elbano), poichéil pregio storico-naturalisticodella risorsa elbana, valore andato perduto negli anni a Pianosa, rappresentaun tratto biologico discriminante che una qualsiasipopolazione diallevamento non può neanche ambire a possedere.



In conclusione, l’eradicazione dei galliformi sull’isola di Pianosa ha generato uno scenario complesso da un punto di vista ecologico. Qualora si decida di non prescindere dall’eseguire una re-immissione della pernice rossa, tra la scelta della purezza genetica ad ogni costo e la difesa della miglior risorsa disponibile nel proprio territorio (pernice elbana), credo che un Parco Nazionale dovrebbe schierarsi a favore di quest’ultima.



 di Filippo Barbanera* per greenreport.it



*Professore Associato in Zoologia, Università di Pisa, Dipartimento di Biologia, Unità di Zoologia-Antropologia, Via A. Volta 4, 56126 Pisa. Email: filippo.barbanera@unipi.it



Foto allegata



Esemplare maschio di pernice rossa catturato sul Monte Maolo (Marciana, 730 m s.l.m,) e ivi rilasciato il 5 gennaio 2004 (foto: Filippo Barbanera




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