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una pubblicazione di Marcello Meneghin "ACQUEDOTTI Realtà e futuro" la descrizione documentata delle incongruenza degli acquedotti italiani culminante in perdite occulte pari alla metà dell’acqua totale prodotta,:




.


 

"UN GIORNO . . . UNA PAGINA" uno spazio agli scrittori. Oggi VITO RIBAUDO presenta un brano da “L’ELBANO”

pubblicato domenica 11 agosto 2019 alle ore 00:08:19




 



L’isola d’Elba è il teatro in cui viene ambientata la misteriosa vicenda narrata da Vito Ribaudo, isola che frequenta da anni, e più in particolare il paese di Capoliveri dove nel 2014 nacque l’idea del romanzo suggerita da un anomalo inverno gelido che trasformò la consueta percezione di questo luogo solitamente conosciuto durante le stagioni estive dalla maggior parte dei turisti. Il sole e il mare lasciano spazio a una «propaggine di territorio che ha scelto di andare alla deriva, un’isola che respira mare ma si ciba di terra. È asciugata dal sole e dal vento, ma sa raggiungere freddi degni dell’Appennino appena le rampe si fanno secche. È uno scoglio ferroso che tiene lontane le scosse telluriche».



 



Nel romanzo la natura spettacolare e la dolce tranquillità vengono turbate da alcuni eventi inquietanti: un personaggio che l’autore lascia nell’anonimato si aggira tra i chiassi di Capoliveri, progettando omicidi. La scomparsa di tre turisti costringe il dottor Carlo Delta, prossimo alla pensione, a confrontarsi con un passato che ritorna inatteso e violento. Divisa in quattro parti, ciascuna introdotta da una poesia di Eugenio Montale, la storia si muove tra tensione, vita quotidiana elbana ed efferati delitti. L'Elba, con i suoi profumi e i suoi squarci, rimane comunque la vera protagonista: un paradiso terrestre contaminato dall’infernale sete di vendetta dell’elbano, che porterà tutti i personaggi del libro a trovarsi faccia a faccia con il male.



 



 



 “L’elbano scruta uno squarcio di tramonto sulla pro­paggine di Capo di Fonza,



mentre accarezza una stilla di vino seduto al bar. Visto dal belvedere di Capoliveri,



il promontorio sembra un gigante spossato che ha termi­nato un’impresa titanica



e si è lasciato sorprendere come Gulliver crocifisso dalle punture dei piccoli di Lilliput. L’elbano passa a ripetizione lo sguardo dall’artiglio di Montecristo a Capo di Fonza:



studia con gli occhi quel tratto di mare, passa e ripassa con lo sguardo



la distanza fra i due punti. Come chi affonda le mani nell’acquasan­tiera e si tocca fronte,



petto e spalle nel segno della croce.



Amen, per mia colpa, mia colpa, mea maxima culpa



.”



 




 



 



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 LE PAGINE   13  / 16   DAL PRIMO CAPITOLO  DE “L’ELBANO”



 



 



Si naviga ritornando all’Elba



 



Si naviga ritornando all’Elba L’Elba non è un’isola. È una propaggine di territorio che ha scelto di andare alla deriva per almeno un’ora di navigazione dal Continente verso ovest. Anela alla solitudine ma ambisce al contatto. Respira mare ma si ciba di terra. È asciugata dal sole e dal vento, ma sa raggiungere freddi degni dell’Appennino appena le rampe si fanno più secche. È uno scoglio ferroso che tiene lontane le scosse telluriche.   



        Il tratto di mare fra Piombino e Portoferraio consente ai viaggiatori di calarsi nella bellezza del paesaggio. Per i turisti è il momento in cui si veleggia nel sogno di una vacanza che sta per iniziare; per gli elbani è la parentesi frettolosa tra commissioni da sbrigare in terraferma; per uno di loro è la condivisione della navigazione con il resto del consorzio umano.



       Occhi diversi si perdono dietro le rotte dei gabbiani che tinteggiano le loro ali nel mare, come se dovessero poi disegnare sulla tela del cielo le trame figlie della loro fantasia aerea. Domano la ritrosia del vento e colgono il cibo lanciato dall’imbarcazione prima che finisca nel mare.



      I marinai guardano gli uccelli con occhio abituato dalla consuetudine e li considerano fedeli compagni di viaggio. Con la mano mancina il sottoufficiale dalla barba ispida sistema il bavero del giaccone di ordinanza, non appena sente arrivare la carezza del vento. Tiene una palpebra abbassata quasi a metà per proteggersi dalla luce diretta del sole che muore. Con l’altra mano accarezza le 14 vito ribaudo gomene attorcigliate che sembrano dormire come serpenti sornioni, in attesa di essere lanciate nel porto quando scatteranno le manovre degli ormeggiatori.



       La comitiva dei naviganti avanza rullando sulla distesa di acqua salata. Ciascuno dondola immerso tra pensieri e preoccupazioni, confuso fra desideri e rimorsi. Il dottor Carlo Delta chiacchiera con la moglie Rita sulle panchine di prua; l’artigiano Enrico si è addormentato su un divanetto a poppa e magari sta sognando una ragazza che ha visto le prime volte in piazza Matteotti e di cui ora è innamorato; il muratore Puddu sorseggia una birra al bancone del bar al centro della nave con alcuni compagni dopo aver terminato una settimana di lavoro in Continente; il marinaio Gianni è assorto a guardare il mare, come non facesse altro da una vita intera.



      Un loro concittadino resta più in disparte, li guarda, li sta studiando, li scruta a fondo. Si tratta di un uomo che vorrebbe restare anonimo tutta la vita, almeno fin quando dovrà morire. Qualche pensiero si muove confuso nella sua testa, come cercasse una via di uscita da quell’atmosfera di inquietudine che lo pervade. Nessuno può riconoscerlo perché ormai manca dall’isola da più di vent’anni, ma un’ombra di paura lo prende e, per istinto, si tocca l’orecchio come per nascondere la cicatrice che potrebbe renderlo riconoscibile. L’elbano che preferisce restare senza nome guarda i casuali compagni di viaggio e poi torna rapido con lo sguardo verso l’isola, quella grande calamita di ferro dove brama insieme di approdare e di scappare nuovamente, come se l’Elba lo volesse respingere per il carico di tristi presagi che lo accompagna.



       Trascorsi i primi venti minuti di navigazione da Piombino si può già notare bene la costa all’altezza di Cavo. Il l’elbano 15 traghetto procede a velocità regolare, la dorsuta Corsica si mantiene ferma sulla linea dell’orizzonte, il vento soffia inatteso penetrando dritto nelle ossa. Lo sguardo dei marinai punta a sinistra dove non ci sono insenature per le barche e dove non si possono nemmeno intuire scogli che punteggino pericolosi la superficie dell’acqua. Lo sciabordare delle onde e il risucchio del mare accompagnano la traversata del traghetto lungo il canale di mare tirrenico.



      Alcuni turisti si voltano verso il Continente per misurare la distanza percorsa, così da vedere quanto mare hanno già lasciato indietro, e poi si rivolgono avanti con lo sguardo verso la meta. La vita è sempre un intervallo tra i ricordi del passato e le preoccupazioni del futuro. La mole delle acciaierie di Piombino sbuffa una sigaretta di fumo e saluta la processione delle imbarcazioni che si intrecciano in mezzo ai diversi colori che le correnti sanno regalare all’acqua. Lontana si intravede la propaggine dell’Argentario: un braccio di terra che si distende e si ramifica come se volesse toccare l’isola del Giglio in un affascinante gioco di prospettive.



      Nella sua nitidezza pacata, nella sua forza immota, nella sua ricercata solitudine, l’Elba si staglia superba come un’isola separata dalla penisola, ma non così distante da divenire mistica o suggestiva, assoluta o arrogante. È un lembo di terra che convive con la meticolosità delle onde e che galleggia grazie all’asprezza dei minerali e per effetto della sua natura di ferro e di fuoco. Si presenta come una corona di punte e di spilli, di cime che si propagano dalla superficie del mare. Sembra un castello costruito dai bambini quando si divertono a lasciar uscire la sabbia a poco a poco dall’incavo delle mani, strizzandola come fosse un impasto magico così 16 vito ribaudo da inventare fogge di pinnacoli e di torrette, di guglie e di merletti. Le cime delle diverse montagne, del Giove, del Volterraio, del Perone, del Colle Reciso, incoronano questo slancio di terra circondato dal mare, in una cornice di riverberi verdi e arancioni, come fosse tempera usata sulla tela da un impressionista.



        Macchie di alberi e di cespugli escono dal mare per arrampicarsi sulle rocce che si notano bianche sopra la superficie dell’acqua. Tracce di sentieri tagliano longitudinalmente la massa delle colline fino a quando si confondono con i filari dei pini che segnano la sommità delle alture. Ogni tanto una radura punteggia con una sfumatura più tenue il colore verde dei boschi. Sugheri e castagni si annodano ad alberi da frutto e agli eucalipti dalla corteccia liscia; i profumi del bosco si alternano agli odori delle verzure rigogliose. Un motoscafo fende l’acqua in prossimità della riva, un tintinnare di vele bianche si apre verso il mare aperto. Si riconoscono le boe rosse che segnano la presenza dei sub in immersione, si avverte il pullulare della vita. Osservata da lontano durante la navigazione, l’Elba si abbozzola nel tramonto e sembra dialogare con la luna e con le stelle nel linguaggio antico e segreto della natura.



         La navigazione procede senza fretta fino a quando la prima vedetta riconosce la sagoma della fortezza medicea di Portoferraio con il suo torrione merlato che custodisce l’ingresso delle navi nella rada.



         Il marinaio barbuto si allenta il bottone più alto, un gabbiano passa veloce sfiorando il profilo paffuto della Linguella che si adagia quasi a sdraiarsi sul molo. Il traghetto entra sbuffando nel porto e si sistema nel suo varco con un’abile serie di manovre.




 



 



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L’AUTORE




Vito Ribaudo, 48 anni, sposato con Vittoria e padre di Giulia, Beatrice ed Elisa. Milanese di nascita e siciliano per affetto e origini, nella vita professionale è il Direttore delle Risorse Umane di RCS MediaGroup Italia. Da anni frequenta l’isola d’Elba in particolare Capoliveri e la spiaggia di Straccoligno. Ha pubblicato i due romanzi “Una grande opportunità” (Rizzoli, 2015), che gli è valso il premio letterario nazionale "Lago Gerundo", e “L’elbano” (Morellini, 2018), un noir nel quale ha compiuto un atto d’amore per l’isola che è la vera protagonista del romanzo. Ha inoltre scritto alcuni racconti per antologie: “Un bacio sotto il tuo portone” su De Gregori, “La Domenica delle Palme” sul derby vinto dal Toro nel 1983 e “Marchesa Adele Cicè” in libreria da poche settimane all’interno della raccolta “Sicilia d’Autore”.



Nell’estate del 2020 uscirà il suo terzo romanzo ancora per i tipi di Morellini Editore. Si intitolerà “Sangue e Pane” ed è la storia di una famiglia che attraversa un secolo e tre luoghi solo in apparenza distanti: la Sicilia, New York e Milano. Il lettore segue le vicende dei personaggi della stessa famiglia nello scorrere dei decenni dell’ultimo secolo in un cerchio narrativo possente e appassionante.



 



 



 



 



 




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