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Nuovo libro di Marcello Camici:




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Questo libro è per la verità e la giustizia!

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“BALENE ALL’ELBA” :





Balene all’Elba è il titolo di un libro di Antonello Marchese, adesso in vendita nelle librerie. Fin dalla presentazione che si è tenuta alla Gran Guardia di Portoferraio, ha suscitato un grande interesse.


 

IL NUOVO LIBRO DI LEONIDA FORESI:




UNA PARTE IMPORTANTE DELLA NOSTRA MEMORIA


 

una pubblicazione di Marcello Meneghin "ACQUEDOTTI Realtà e futuro" la descrizione documentata delle incongruenza degli acquedotti italiani culminante in perdite occulte pari alla metà dell’acqua totale prodotta,:




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LO SCHELETRO DI S. GIOVANNI: SERIE PERPLESSITÀ SULLE IPOTESI DEL PROF. CAMBI & C. CIRCA L’ETÀ DI MORTE, IL SESSO E LA DATAZIONE di Francesco Mallegni* e Michelangelo Zecchini**

pubblicato mercoledì 13 marzo 2019 alle ore 09:31:55


LO SCHELETRO DI S. GIOVANNI: SERIE PERPLESSITÀ SULLE IPOTESI DEL PROF. CAMBI & C. CIRCA L’ETÀ DI MORTE, IL SESSO E LA DATAZIONE 





di Francesco Mallegni* e Michelangelo Zecchini**

 



 



 

Il ritrovamento di uno scheletro umano durante la campagna di scavi 2017 a S. Giovanni suscitò un certo interesse. Se ne occupò diffusamente la stampa  la quale, trascrivendo evidentemente le convinzioni dei responsabili dello scavo (Franco Cambi e Laura Pagliantini), riportò che “si trattava di un individuo giovane, un ventenne, come sembrano indicare i denti e lo stato di formazione delle ossa”. Oggi i risultati degli esami antropologici su quello scheletro vengono pubblicati su un supplemento agli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa a cura di Franco Cambi,  Laura Pagliantini e Collaboratori. Vi si afferma, fra l’altro, che le analisi sono state condizionate in negativo dallo stato di conservazione, che in realtà non sembra proprio così ‘pessimo’ come è stato affermato.




A nostro avviso i rilievi, la metodologia e le conclusioni riportate non sono affatto convincenti.



Iniziamo dal frammento di mandibola con infisso un dente molare - il 3o - a 4 cuspidi. Tre di queste ultime sono abrase: le linguali, anteriore (o protoconide) e posteriore (o ipoconide) e la vestibolare posteriore (o entoconide). La vestibolare anteriore (o metaconide) non mostra nessuna usura. Le abrasioni permettono di scorgere la dentina sottostante, di colore più scuro dello smalto,  e ciò consente di ipotizzare che l’individuo abbia raggiunto un’età alla morte assai superiore a quella indicata dagli autori della ricerca; del resto il terzo molare erompe per ultimo (sui 18-20 anni) e debbono trascorrere molti anni perché la masticazione possa dar origine ad un’usura siffatta (a meno che l’individuo, dopo l’eruzione, non abbia masticato chiodi di ferro o sostanze abrasive particolarmente tenaci). Nel lavoro non si parla degli  altri denti, che pure Cambi e C. dichiarano essere presenti; la loro descrizione sarebbe stata importante per specificare la loro usura rispetto al terzo molare sulla mandibola precedentemente ricordato. Anche il frammento di quest’ultima è molto abraso, sia nel tratto anteriore al dente residuo sia, seppure parzialmente, nel tratto postdentale che annuncia un piccolo tratto del ramo montante, però perduto; non sono quindi possibili altre considerazioni e tanto meno quelle che gli autori evocano per la saldatura delle epifisi dei femori e delle tibie, saldatura che, com’ è noto, si conclude sui 18-20 anni mettendo fine all’accrescimento della statura dell’individuo.



È da credere, di conseguenza, che lo scheletro rinvenuto a S. Giovanni non fosse un individuo  giovane ma un adulto in età piuttosto avanzata alla morte (tra i 45-50 anni), tenendo conto anche dell’epoca in cui visse (1600-2000 anni fa) allorché il decesso poteva essere molto più precoce rispetto a quello che generalmente avviene, almeno in Europa, in epoca attuale.



Desta perplessità anche l’affermazione secondo la quale non sarebbe possibile una determinazione di sesso. Esiste al contrario più di un elemento per poter assegnare questo soggetto al sesso maschile: è sufficiente considerare il volume, la conformazione esterna delle ossa degli arti inferiori (femori e tibie) e la loro robustezza, come può evincere anche dalle foto l’ occhio esercitato di un antropologo; si osserva  come siano ben conservate soprattutto le diafisi, un po’ meno le epifisi che sono molto più soggette a fratturazioni data la sottigliezza dell’osso compatto e più che altro perché costituite da quello spugnoso; quindi i resti, giova ripeterlo, non appaiono poi così mal ridotti come è stato scritto. Appare fuori luogo, allora,  la definizione di sesso neutro dato all’individuo da Cambi e Collaboratori.



Niente viene detto sulla natura del deposito in cui la sepoltura è stata realizzata, aspetto piuttosto misterioso per il quale non si dà nessuna spiegazione, come del resto non se ne dà per la mancanza della mandibola descritta al momento dello scavo scivolata a sinistra (ma come, si rimuovono reperti così importanti prima dei rilievi grafici e fotografici?). Quello che resta della fossa contenente il defunto si nota per tutta la zona in cui esso giace e soprattutto a livello della metà inferiore del corpo, a cominciare dal bacino fino alla parte inferiore delle tibie; restano della fibula di sinistra lacerti in posizione, mentre la destra è scomparsa, così come le ossa dei piedi.



Dalla foto emerge che l’individuo fu sepolto in posizione anatomo-fisiolologica (arto superiore sinistro allineato al tronco, quello destro con l’avambraccio diretto verso l’ala iliaca e la mano di lato alla zona pubica; gli arti inferiori erano naturalmente tra loro paralleli).



Cambi e Altri ipotizzano “che l’individuo si sia trovato in questo luogo in un momento successivo al crollo iniziale della villa, verosimilmente per recuperarne alcuni materiali architettonici”. Siamo di fronte a un discreto sforzo di immaginazione, che poi prosegue con la singolare affermazione che fu lì sepolto “In seguito ad una morte improvvisa” (da che cosa lo hanno dedotto?). L’archeologia funeraria insegna tra l’altro che nella prima epoca imperiale i Romani non amavano per niente la presenza di tombe nelle abitazioni, eccezion fatta per quelle di neonati o bambini molto piccoli. Gli adulti trovavano spazio in aree cimiteriali oltre i confini delle case.



E, infine, non persuade neppure la datazione dello scheletro: “Siamo intorno al 50 – 100 dopo Cristo, il periodo in cui la casa era andata a fuoco”, sostiene Cambi. È assai più probabile, invece, che si tratti di una sepoltura tardo-imperiale (IV-V secolo d. C.): non è raro, infatti, che in quel periodo le domus abbandonate (si vedano le ville delle Grotte e del Cavo) venissero rioccupate proprio per scopi sepolcrali. E comunque: visto che per la tomba di S. Giovanni non era possibile formulare una corretta proposta cronologica in quanto era assente il corredo funebre, perché non si è proceduto con un test ormai di routine come il carbonio 14? Quando esiste, come in questo caso, la possibilità di utilizzare strumenti scientifici probanti, come il C14, è abbastanza inutile sfornare congetture su congetture.



 



* Antropologo, già professore ordinario presso l’Università di Pisa; direttore scientifico del Museo ‘A. C. Blanc’ di Viareggio.



** Archeologo, accademico ordinario per la classe di Scienze presso l’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti.




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