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Premio Nobel e l’ acquedotto elbano tra cantonate e ripensamenti di Alberto Zei

pubblicato sabato 25 luglio 2020 alle ore 08:44:39


Premio   Nobel  e l’  acquedotto elbano tra  cantonate   e ripensamenti  


                    

di Alberto Zei

 



l Nobel per l’ economia



Intorno alla fine del secolo scorso fu  conferito il Premio Nobel per l’economia ad un  ricercatore USA che aveva matematicamente dimostrato il meccanismo dei fallimenti delle attività imprenditoriali. In termini discorsivi, questi provò  che almeno l’85% dei fallimenti avveniva da parte di coloro che dopo aver effettuato un investimento, intendevano migliorare il progetto prima di portarlo a termine, operando delle varianti  onerose sulla base di  risultati non ancora ottenuti.



Pare che vi sia molta analogia con il comportamento della ASA  che anni fa,  invece di completare  l’ iniziale  piano di lavoro  già cominciato  delle 21 vasche di stoccaggio idrico ad  integrazione della portata dell’acquedotto dell’Isola, cambia idea.  Infatti, dopo aver ottenuto la sovvenzione per la realizzazione del progetto,  viene costruita la prima vasca nelle  alture della località Condotto, davanti a  Portoferraio. Ma l’ ASA come si vedrà, anziché proseguire,   decide di  abbandonare l’ opera  proponendone  un’ altra.  I ripensamenti però,  non finiscono qui.



 



La  mossa successiva



All’idea dei pozzi disseminati sul territorio elbano è subentrata quella contraria  dell’ approvvigionamento idrico concentrato attraverso l’ uso delle  sorgenti disponibili  a Pian di  Mola.  Il programma di lavoro prevedeva la costruzione  in questa località  di uno stoccaggio idrico industriale delle acque contenute nelle  falde artesiane esistenti.



L’impianto doveva integrare la quantità idrica occorrente al fabbisogno della popolazione elbana soprattutto nei periodi estivi di maggiore necessità. Si trattava di un piano industriale consistente nella preventiva bonifica delle acque di falda  che  contenendo una certa quantità di salmastro, esigevano un idoneo trattamento.



Ma a causa del continuo prelevamento,  la riduzione del livello idrico  avrebbe fatto lentamente affluire in senso inverso nelle falde l’ acqua marina attraverso  le  stesse ramificazioni sotterranee da cui  quella dolce  prima,  defluiva  in mare; condizione questa che  ha comportato notevoli danni in altre località italiane per intrusione del nucleo salino nel terreno.



Al momento non importa entrare nei particolari  del ripensamento ma è sufficiente dire che l’ impegno e il tempo dedicato  è servito  alla Società per  la sovvenzione di   un nuovo   progetto: quello del  primo dissalatore.



 



Il lancio della nuova idea



Il cambiamento di programma prevedeva l’istallazione, sempre nel  territorio di Mola, di un impianto di dissalazione industriale  di non eccessive dimensioni, capace di erogare fino a 40 litri  di acqua potabile al secondo. Di lì a poco, ecco un altro ripensamento  che fa decadere il progetto precedente. Il motivo, se non fosse bastato, è quello delle  rilancio di una nuova idea, ossia di un altro progetto sovvenzionato,  dal costo di oltre 14 milioni iniziali che questa volta prevede fino a 80 litri al secondo.



Si tratta  di  un’opera molto vistosa e tecnicamente i molto più impegnativa della prima, anche sotto il profilo dell’’impatto  ambientale.



 



Ricapitolando



La cosa che appare certa in questa giostra  delle decisioni  è che ogni nuovo progetto    porta evidentemente con  sé l’ implicita ammissione dello sbaglio del  precedente. E di sbagli ne sono stati commessi.  Vediamo come.



Il capitolato tecnico amministrativo  per integrare il fabbisogno idrico  dell’ Isola prevedeva come detto la costruzione dei 21 laghetti; capitolato   che  deve essere stato necessariamente presentato e approvato dagli Uffici preposti della P.A. con le modalità di rito per l’ impegno finanziario di competenza, la autorizzazione all’ acquisto del terreno dedicato, ecc.



Lo stesso gruppo industriale ha poi  trasmesso   alle ditte invitate  il capitolato d’ appalto per ottenere le relative offerte. E dopo? Cosa è successo?



A gara aggiudicata, hanno avuto inizio i lavori; ma dopo la costruzione del primo laghetto davanti a Portoferraio in località  Condotto senza la coibentazione  di tenuta idrica del fondo  e delle spalle, è seguito l’ abbandono dell’intero piano perché la vasca non manteneva il livello. A questo punto si dovrebbe chiarire se la mancanza del diaframma di impermeabilizzazione era previsto nel capitolato  e  se la Direzione Lavori  era presente in corso d’ opera.



 



Ripensamenti come matriosche



All’ idea dei laghetti  disseminati sul territorio elbano è subentrata,  come detto,  quella opposta dell’ approvvigionamento idrico concentrato,  riguardante  l’ uso delle sorgenti disponibili  a Pian di  Mola dopo averle assoggettate ad opportuno trattamento di dissalazione.



Ma  anche questo progetto è abbandonato. Alla Soc. ASA viene ora un’altra idea: quella del dissalatore dell’acqua di mare. Per realizzare l’opera con pubbliche sovvenzioni, non può però sottrarsi alla trafila tecnico-contrattuale  tra cui, l’installazione dell’impianto  e  la aggiudicazione all’impresa vincitrice. Conclusione?



Nessuna, se non quella di un ulteriore ripensamento.  L’ ASA  infatti, anche questa volta cambia idea  in quanto la portata dell’ impianto non è stata più ritenuta idonea alla quantità di  acqua prevista.



Ma com’è possibile approvare  un progetto (ovviamente sbagliato) con il relativo sito di installazione, per sentir dire, si ricomincia con un altro?  In ultimo, l’ attuale, fino a 80 litri di portata al secondo. Dunque, si tratta di una sequenza di cantonate, una dopo l’ altra,   tipo matriosche o se vogliamo, di graziosi coniglietti bianchi che escono a sorpresa  dal cappello a cilindro del prestigiatore. Ma con quale credibilità si  continua a proporre nell’interesse dell’Elba,  una serie di soluzioni di tal genere?



 



La conferma del Nobel



Se non si  fosse trattato di “sbagli”,  ad iniziare da quello dei  21 laghetti per circa 2 milioni di metri cubi di acqua, non vi sarebbe stato bisogno di progettare la bonifica delle acque di falda a Pian di Mola;   né di cambiare idea per  ricorrere alla installazione  del   primo dissalatore.  Stessa considerazione vale per l’ ulteriore decisione di costruire l’ ultimo più potente impianto con le relative pertinenze,    di sicuro e incompatibile impatto ambientale.



 Quindi, quattro progetti iniziati non conclusi   per integrare l’acquedotto dell’Elba che fortunatamente preesisteva.



A questo punto non  si tratta di adottare la matematica del premio Nobel per prevedere la conclusione  ma quella del cosiddetto “conto della serva”. Moltiplicando infatti,  per ogni ripensamento  il rimanete  15% delle probabilità di  successo imprenditoriale, si può avere l’ idea  di quale risultato si profila all’orizzonte. Che  l’impresa non fallisca perché alla fine è il solito Pantalone a pagare, non significa aver smentito un “Premio Nobel”,  ma soltanto  ribaltare sugli elbani la conseguenza  di una gestione di questo genere.



 




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