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Mago Chiò era vissuto nella seconda metà dell’Ottocento. Nato a Portoferraio nell’Isola d’Elba qualche anno dopo l’Unita d’Italia in una delle vie più antiche della vecchia Cosmopoli ( nome che fu affibbiato alla città nei primi tempi della sua costruzione


 

“Passioni”, romanzo di Maria Gisella Catuogno:




“Passioni”, romanzo di Maria Gisella Catuogno che l’Editore il, Foglio Letterario di Piombino, ha portato alla Fiera del Libro di Torino.


 

IL FANTASTICO VIAGGIO DEL COMANDANTE GRASSI:




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Nuovo libro di Marcello Camici:




Nuovo libro di marcello Camici


 

Affari e politica a Portoferraio di Giovanni MUTI:




Questo libro è per la verità e la giustizia!

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la ricostruzione attraerso la voce dei protagonisti della più grande tragedia che abbia colpito una nave civile nel mediterraneo durante nell'ultimo comflitto mondiale


 

“BALENE ALL’ELBA” :





Balene all’Elba è il titolo di un libro di Antonello Marchese, adesso in vendita nelle librerie. Fin dalla presentazione che si è tenuta alla Gran Guardia di Portoferraio, ha suscitato un grande interesse.


 

IL NUOVO LIBRO DI LEONIDA FORESI:




UNA PARTE IMPORTANTE DELLA NOSTRA MEMORIA


 

una pubblicazione di Marcello Meneghin "ACQUEDOTTI Realtà e futuro" la descrizione documentata delle incongruenza degli acquedotti italiani culminante in perdite occulte pari alla metà dell’acqua totale prodotta,:




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“VOI CHE VIVETE SICURI” di Maria Gisella Catuogno

pubblicato domenica 26 gennaio 2020 alle ore 11:25:22


“VOI CHE VIVETE SICURI”  di Maria  Gisella  Catuogno

 



Voi che vivete sicuri/ nelle vostre tiepide case,/ voi che trovate tornando a sera/ il cibo caldo e visi amici:// considerate se questo è un uomo/ che lavora nel fango/ che non conosce pace/ che lotta per mezzo pane/ che muore per un sì o per un no.// Considerate se questa è una donna,/ senza capelli e senza nome,/ senza più forza di ricordare,/ vuoti gli occhi e freddo il grembo/ come una rana d’inverno.// Meditate che questo è stato:/ vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa, andando per via,/ coricandovi, alzandovi;/ ripetetele ai vostri figli.// O vi si sfaccia la casa,/ la malattia vi impedisca,/ i vostri nati torcano il viso da voi.//



Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, pose questi versi a prologo di “Se questo è un uomo”, stupenda opera memorialistica sulla Shoah e testimonianza a caldo delle terribili esperienze vissute nel lager della morte. La scrisse appena rientrato nella sua Torino, dopo il rocambolesco viaggio di ritorno dalla Polonia, magistralmente raccontato ne “La tregua”.  La poesia, precedente la stesura di “Se questo è un uomo”, ha per titolo “Shemà” e richiama l’espressione “Shemà Israel” (“Ascolta, Israele”), che è l’inizio di una preghiera fondamentale per gli ebrei, in cui si raccomanda l’amore verso Dio e la trasmissione della fede tra le generazioni. Levi, nella lirica, dopo aver sottolineato la tragica differenza tra la normalità della vita quotidiana (il tepore della casa, il cibo caldo, i visi amici) e lo stravolgimento della permanenza nel campo di concentramento (la fame, il freddo, il lavoro coatto, la disumanizzazione, l’arbitrarietà) modifica il senso della preghiera sostituendovi l’obbligo del ricordo, ossia la memoria di ciò che è accaduto, per impedirne di nuovo l’accadimento. E tale ordine è così importante e perentorio che, nel caso non lo si rispetti, i figli devono rinnegare i padri e la maledizione e la rovina devono abbattersi sugli smemorati.



Appunto questi versi mi sono venuti in mente ascoltando i dati dell’antisemitismo in Italia, dove alcuni si ostinano ancora a non credere alla Shoah, molti di più la minimizzano, altri uniscono la critica allo stato d’Israele al sentimento antiebraico e qualcuno a Mondovì ha imbrattato la porta della casa di una partigiana non ebrea, ma creduta tale, disegnandovi la stella di Davide e scrivendovi accanto, come facevano i nazisti, “Juden hier”. Per non parlare di altri odiosi crimini antisemiti e della triste realtà della senatrice Liliana Segre, infaticabile testimone dell’orrore vissuto, che, all’età novant’anni, e a settantacinque dall’apertura dei cancelli di Auschwitz, dove era entrata tredicenne con un padre subito inghiottito dal nulla, è costretta a muoversi, nel territorio della repubblica democratica italiana del 2020, con la scorta a fianco a protezione della sua incolumità. Ecco, per chi nega una verità storica, per chi calpesta il dolore dei sopravvissuti, per chi disconosce la pagina più nera della storia dell’umanità, dovrebbe avverarsi la maledizione di Primo Levi: “



“Vi si sfaccia la casa/la malattia vi impedisca/i vostri nati torcano il viso da voi//”.



Come si fa a negare o a ridimensionare la Shoah? Quale abissale ignoranza o deficienza può negare o minimizzare documenti, filmati, fonti scritte e orali, testimonianze, archivi? O può sostenere che è un genocidio uguale a un altro? No! La Shoah li supera tutti: perché sono morte sei milioni di persone; perché la loro eliminazione è stata scientificamente programmata utilizzando quanto di meglio la tecnologia del tempo poteva offrire; perché migliaia di esseri umani, compresi moltissimi bambini, hanno fatto da cavia ad aberranti esperimenti, come fossero animali da laboratorio; perché la loro colpa, come giustamente ripete la Segre, era semplicemente essere nati in famiglie che professavano (o non professavano, da non praticanti) quella  certa religione. L’Europa cristiana ha un enorme debito verso il “popolo errante”: ha cominciato a perseguitarlo da subito, ritenendolo in toto responsabile della morte del Cristo: come se quel che avvenne con la crocifissione di Gesù fosse una colpa che non atteneva ai singoli attori del tempo, ma si riverberasse su tutti gli appartenenti a quella comunità e, da loro, ai figli e ai nipoti, per generazioni e generazioni.  La presenza nel nostro continente europeo, già da epoche molto più lontane – risalenti alla distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera dell’imperatore romano Tito – di un popolo che aveva scelto l’esodo di fronte all’abominio e si era sparsa di Paese in Paese mantenendo comunque la propria identità culturale, era per le classi dirigenti in difficoltà il facile bersaglio contro cui scaricare tensioni sociali e fallimenti di governo: cosa di più facile che prendersela contro una minoranza orgogliosa, ricca, colta attribuendole ogni sorta di nefandezze? Così, di secolo in secolo,  l’antisemitismo esplicito o celato è stato il malefico leit motiv di società pervase dal pregiudizio e dalla malafede, il terreno di coltura di germi di persecuzione pronti a diffondersi e attivamente operare, nei confronti di singoli – pensiamo al caso Dreyfus in Francia alla fine dell’’800, quando un ufficiale ebreo venne ingiustamente degradato e incarcerato con l’accusa di tradimento a favore della Prussia ed Emile Zola gridò il suo J’accuse – o di intere comunità – pensiamo ai pogrom nella Russia zarista, quando gli ebrei diventavano i capri espiatori del malcontento popolare e le sanguinose sommosse contro di loro erano tollerate o aizzate dalle autorità pubbliche. La criminale ideologia nazista non avrebbe potuto produrre i suoi fiori del male se non avesse trovato già un ambiente favorevole alla loro crescita: e, con la Shoà, ha raggiunto l’apice della persecuzione: milioni di uomini, donne, bambini prelevati a forza dalle loro case, pigiati in carri bestiame, deportati in campi di concentramento, divisi da figli, genitori, mogli, mariti, costretti al lavoro coatto fino alla consunzione o a diventare fumo nei crematori o cavie da esperimento. Solo ottant’anni fa, nella “civilissima” Europa, migliaia di bambini innocenti venivano messi in fila, fatti tenere per mano – e loro fiduciosi lo facevano e chissà forse la ritenevano una passeggiata – e avviati alle camere della morte. Solo perche ebrei.



Come possiamo pagare un debito tanto enorme verso questo popolo perseguitato? Non c’è risarcimento possibile, se non simbolicamente fare come quel soldato tedesco, obbligato dagli alleati a lavorare alla ferrovia, che si inginocchia in un’impossibile richiesta di perdono di fronte a Primo Levi che gli mostra la stella di Davide e il numero di matricola sulla sua divisa, in una scena da brivido del film “La tregua”. E anche, come individui e cittadini, “meditando quel che è stato, scolpendolo nel nostro cuore, stando in casa, andando per via, coricandoci, alzandoci, ripetendolo ai nostri figli”, ossia tenendo viva la memoria e la verità contro ogni forma, subdola o esplicita, di oblio e di menzogna.   



 



 




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