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MAGO CHIO' Vita e leggenda del Primo free - climber del Mondo di Giuliano Giuliani:




Mago Chiò era vissuto nella seconda metà dell’Ottocento. Nato a Portoferraio nell’Isola d’Elba qualche anno dopo l’Unita d’Italia in una delle vie più antiche della vecchia Cosmopoli ( nome che fu affibbiato alla città nei primi tempi della sua costruzione


 

“Passioni”, romanzo di Maria Gisella Catuogno:




“Passioni”, romanzo di Maria Gisella Catuogno che l’Editore il, Foglio Letterario di Piombino, ha portato alla Fiera del Libro di Torino.


 

IL FANTASTICO VIAGGIO DEL COMANDANTE GRASSI:




RACCONTO DI UN VIAGGIO IN CINA


 

Nuovo libro di Marcello Camici:




Nuovo libro di marcello Camici


 

Affari e politica a Portoferraio di Giovanni MUTI:




Questo libro è per la verità e la giustizia!

Vittorio Sgarbi


 

Giuliano Giuliani "AFFANDAMENTO DELL'ANDREA SGARALLINO" :




la ricostruzione attraerso la voce dei protagonisti della più grande tragedia che abbia colpito una nave civile nel mediterraneo durante nell'ultimo comflitto mondiale


 

“BALENE ALL’ELBA” :





Balene all’Elba è il titolo di un libro di Antonello Marchese, adesso in vendita nelle librerie. Fin dalla presentazione che si è tenuta alla Gran Guardia di Portoferraio, ha suscitato un grande interesse.


 

IL NUOVO LIBRO DI LEONIDA FORESI:




UNA PARTE IMPORTANTE DELLA NOSTRA MEMORIA


 

una pubblicazione di Marcello Meneghin "ACQUEDOTTI Realtà e futuro" la descrizione documentata delle incongruenza degli acquedotti italiani culminante in perdite occulte pari alla metà dell’acqua totale prodotta,:




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OGGI AD “ UN GIORNO… UNA PAGINA “ PAOLO FERRUZZI CON “JOVIS GIOVE PODIUN POGGIO”

pubblicato mercoledì 4 settembre 2019 alle ore 11:15:37


OGGI  AD    “  UN  GIORNO…  UNA PAGINA “        PAOLO  FERRUZZI      CON

“JOVIS  GIOVE  PODIUN   POGGIO”

 



Poggio per me non è un paese è il MIO paese. E’ il paese dove sono nato, dove sono sempre tornato, dove intendo rimanere. Ho scelto questa pagina tratta dal mio libro “Jovis, Giove, Podium Poggio – Storia di una comunità dell’Elba” perche vi ritrovo i molti perché per i quali uno si viene a sentire abitante di un paese seppur arroccato su l’altura di un’ isola sia esso un Capoliveri un Rio una Marciana un Sant’ Ilario o un San Piero e con la vita sua  consumata tutta all’interno dello spazio conosciuto dalla nascita alla morte e, per dirla con Theseider Dupré, in “ un ambiente dall’uomo costruito e che a sua volta impronta di sé l’uomo”.



 



 



 



4 Copertina Jovis Giove Podium Poggio.jpg



 



 



Nel secolo XIV possiamo ormai identificare Podium come nucleo abitato che, conformandosi a quella compatta massa granitica sopra la quale s’è andato edificando, si rende quasi inaccessibile dalla parte di ponente per i dirupi che la caratterizzano, cagione della stessa denominazione di Pente  data a quel luogo, e si rinserra artificialmente verso oriente con case costruite sulle accidentate coti  a somiglianza di barriera difensiva. Come tela di ragno, il labirinto delle sue strade si avviluppa all’ombra della chiesa offrendo un senso di sicurezza all’abitante della rocca. Nel contempo è tagliato da angusti tratti scoscesi chiamati calanchioni che, prevalentemente esposti verso i cosiddetti «venti sani», permettono una circolazione costante d’aria «pulita» al suo interno, più che necessaria data la costumanza di liberare i pitali versando il contenuto organico – valendosi del cosiddetto «diritto di gitto» – direttamente dalle finestre in recinti costruiti nella zona comune a perpendicolo delle abitazioni, chiamati caragini. Agli escrementi poi verrà alternato uno strato di foglie secche quale filtro dell’inevitabile fetore e altresì come «corpo» per quel letame ricavato, utile nell’ingrassare vigneti e orti. La conformazione articolata delle sue vie, insieme a quanto sopra detto, riporta alla memoria l’aforisma dello Chantemesse che tende a sottolineare quanto sia molto più pericolosa per la pubblica salute l’aria di una via diritta in un giorno di forte vento che non l’aria delle fogne.



 



Nella parte più alta è la chiesa di San Niccolò 4 priva ancora delle cappelle laterali, della sacrestia e dei bastioni che attualmente la inchiavardano nel lato occidentale, con il prospetto principale più basso, sormontato da campanile a vela, pausato da un occhio quale filtro per gli ultimi raggi del sole calante, e infine senza il prolungamento dell’attuale coro.



A ridosso delle sue mura, nel piazzale antistante eletto a centro sociale della piccola comunitas, la vita comunitativa va trattandosi come fino ai primi anni del secolo diciannovesimo, quando si conclude l’essere perno della struttura urbana con lo spostamento verso la costruenda Piazza del Castagneto, affacciata verso oriente sulla vallata della Marina. Questo slittamento del baricentro avrà in sé, oltre al cambiamento reale del luogo, anche la componente del cambiamento della sfera degli interessi, proiettati verso quel mare non più visto come ostile veicolo di scorribande piratesche, ma apertura da e per il continente. Sarà come un tagliare con il passato raffigurato nella cosiddetta Piazza Vecchia, che allo stesso mare volgeva le spalle per guardare al suo interno e porsi direttamente a confronto di Marciana, punto di fuga finito di tutte le «attenzioni».



 



Ad un mondo «aperto» proiettato verso il futuro, questo della Piazza Vecchia si contrappone come chiuso a riccio, microcosmo di un limitato territorio sottolineato dalle articolate vette lassù in alto e più in basso dalle macchie giallo ocra dei castagni e dei marroni, spesso unica certezza del quotidiano sostentamento. Un mondo legato al lavoro e al prodotto della terra, per certi versi più introverso di quello estroso e «…truffaldino…» 7, che nell’Ottocento si identificherà con quell’essere navigante o comunque con quell’andare per i mari del puginco di Piazza del Castagneto. La stessa scelta del luogo, dell’esposizione solare, sembra evidenziare due modi di vita che non dialogheranno più tra loro; quella al Castagneto sarà una piazza per essere vissuta nelle ore antimeridiane, per guardare coloro che zappano nei campi, per guardare chi parte o arriva dal mare, per guardare e non per lavorare, per crogiolarsi al sole in attesa di un imbarco; al contrario di Piazza Vecchia, legata più al ritmo di una civiltà contadina e in cui questa vi trova la certezza, la riflessione dopo una giornata espressa nel lavoro della terra, appagata dal panorama conosciuto e limitato, da un bicchiere di vino sorseggiato preso direttamente dalla finestra/ bancone della bettola che là si trova.  E discutervi sull’unico paese che di là allo sguardo si offre, trovarvi quell’attimo di raccoglimento soffiato nell’anima del palpitare dei suoni ovattati della vallata abbandonata dagli ultimi raggi e bagnata di violacei colori, per elevarsi, forse in fuggevole attimo, a sentimenti di spirituale meditazione suggeriti da quegli edifici religiosi che, costruiti per mezzo delle proprie mani, si configurano con precostituito ordine in quel territorio contenuto da uno sguardo.



 



Ordine volto come conseguenza di «ragionamento» e non di casualità, sottinteso in quei rapporti tra edifici allineati su di un asse visivo diretto.  In questa piazza, è l’uomo legato alla cultura contadina che viene «costruendo» la struttura di quelle norme giuridiche di diritto civile penale e amministrativo che da allora fino a tutto il Settecento regolerà la vita e la storia della comunità; quella vita che legata alla stessa piazza, alle strade conosciute, alle mura, alle case, appare comprensibile e amata perché da lui stesso costruita e «…grave fatto è l’alterare la quiete di detti luoghi...»



 



In quello slargo aperto a tutti vengono elaborati gli statuti, summa di tutte le norme, sanciti dal popolo radunato, poi giurati e accettati dal Principe. Nella Piazza Vecchia vengono eletti democraticamente quei cittadini chiamati Anziani che a turni brevi, come vedremo, amministreranno la comunità, stabilendo in questo avvicendamento una costante garanzia di equità. In questo arengario, nell’accezione del termine medievale, davanti a tutto il popolo senza distinzione – uso del resto già riscontrato anche nella rogazione dei contratti notarili – si registrano le assemblee, le discussioni, le delibere sino al diciottesimo secolo, quando la piazza, come luogo di riunione, verrà sostituita dalla Sala di Corte o dalla casa privata del Capo Anziano di turno perché parrà, come verrà detto, «…che sia cosa inconveniente alla Comunità che quello che si consiglia per il bene pubblico e per quello che si bisognassi nella Comunità sia noto a quelle persone che non si hanno da entrare in detto Consiglio…».



 



Sempre nella piazza si identificano i servizi sociali del secolo XIV quali il fornaio, il fabbro ferraio e, come abbiamo visto, la mescita del vino; qua nei giorni, nella quantità e nel prezzo stabilito dagli Anziani di turno, il pesce e la carne vengono venduti sulle rispettive pietre o banchi come negli Statuti sono chiamati.



È una vita consumata tutta all’interno dello spazio conosciuto; dalla nascita alla morte. È nucleo abitato, circoscritto alla chiesa matrice, e che ancora ad essa si stringe con case, quale limite artificiale per lo spiazzo antistante; così fino al XIX secolo, quando, in parte crollate e in parte demolite, tali case cederanno il loro spazio per la costruzione e l’ampliamento della piazza a tutt’oggi denominata della Chiesa.



 



Esterna a questa artificiale barriera e a perpendicolo di essa, è una porta di accesso al Castello di Poggio; appoggiata da un lato alle abitazioni e dall’altro ad una casa/torre, viene a delimitare il confine ovest tra l’esterno dell’abitato e il suo interno che da là inizia come «camminamento» delle mura, per slargarsi nello spiazzo ricordato come Piazza Vecchia. Le «mura castellane», viste senza gli anelli di case dei secoli XVII e XVIII, altro non sono se non sbarramenti impostati tra una cote e l’altra e, benché di dimensioni non imponenti, danno a quegli abitanti la certezza di essere ben assicurati contro assalti non graditi, anche se nel tempo non si dimostreranno limiti invalicabili, date le invasioni e distruzioni continuamente subite dal paese. Di queste «mura» a difesa ne fornisce una significativa descrizione il Coresi del Bruno, anche se riportata al Settecento e al paese di Marciana : «…la Terra non è circuita tutta di mura, poiché le abitazioni attaccate l’un l’altra formano quasi un recinto dalla parte di fuori et ove non si congiungono le case vi sono le mura, ma in guisa di mura d’orto, benché con qualche altezza…». Rispondente a tutte le urbanizzazioni medioevali che cominciano con la costruzione della prima cinta di mura e finiscono con la distruzione dell’ultima, anche Poggio si costruisce nel tempo con più anelli di case che, degradando, ne vanno ad allargare la planimetria con nuovi camminamenti esterni ad essa, formati su larghe cóti chiuse e raccordate con muri, che solamente in alcuni punti, data la natura del terreno e l’altezza degli strapiombi, assurgono a dignità di «mura castellane». Ed è con questa impostazione, con la sua chiesa e il piccolo camposanto adiacente, che riconosciamo il Podium del XIV e XV secolo. Non più habitaculum, dunque, non più riparo temporaneo ma, per dirla con Theseider Dupré esteso al suo concetto sulla città medioevale, «soprattutto un ambiente che dall’uomo è costruito e che a sua volta impronta di sé l’uomo.



 



E l’abitatore, attraverso una continuità di stanziamento in loco di vita condotta insieme agli altri, di generazione in generazione, finisce per sentire per il paese un vero legame affettivo tanto da divenire il paese per gradi uno stato d’animo, un fatto di conoscenza (…) non solo si è suoi abitatori ma si “vuole essere” suoi cittadini e identificarsi in lui.»



E nel suo paese si sarà profondamente riconosciuto, l’abitante di Poggio, e come tale avrà presumibilmente provato un sentimento di offesa quando nei primi anni del quindicesimo secolo gli Appiano, attestatisi oramai quali Signori di Piombino e dell’Elba, vengono ad eleggere Marciana luogo di rappresentanza degli interessi loro nel versante occidentale dell’isola, insediandovi un Governatore locale; questo, assieme a quello di Capoliveri, dovrà rendere conto solamente al Governatore Generale residente in Rio. Nel contempo, gli Appiano testimoniarono la loro presenza in Marciana edificandovi una casa quale residenza per i loro soggiorni di visita e nel facendovi battere moneta; in seguito vi istituirono la Zecca, intitolando una porta a Donna Paola 16, moglie di Gherardo, e una chiesa a Sant’Agabito, in ricordo del di lei padre, Agapito Colonna. «Scelta» indubitabilmente suggerita dalla presenza in loco di preesistenti fortificazioni, dall’ampia visuale che da Marciana si ha del largo tratto di mare ben oltre il Canale di Piombino e dalla consolidata struttura amministrativa già impostata sotto il dominio pisano. Sicuramente a tutto questo, e non ad una particolare predilezione, è da attribuire la preferenza degli Appiano verso Marciana; tuttavia lo stato d’animo di un intero paese, derivante da manifeste motivazioni, si placa riportando l’impatto emotivo sul retto binario della ragione, quando e soprattutto una Comunità si sente in nulla dissimile all’altra per affinità di luogo, di storia, di dignità. Discussioni accese avranno avuto luogo sulle cóti di Piazza Vecchia, e quante «espressioni» saranno state indirizzate verso il paese dirimpettaio, facendo maturare e prendere forma quel risentimento che nei secoli addivenire si andrà sempre più manifestando, per raggiungere il culmine della discordia quando, nel diciottesimo secolo, si discuterà su quella argomentazione politico/amministrativa che riporteremo come la questione della «Comunione dell’abbondanza».



 



Probabilmente i Signori di Piombino si rendono conto delle acque che si vanno agitando se diamo un significato di risposta salomonica o di atteggiamento diplomatico a quella determinazione di Giacomo II nel far costruire, su preesistenti testimonianze (siamo nel 1421), la chiesa di San Cerbone scrupolosamente sul confine delle due Comunità, assegnando l’ingresso a Marciana e l’altare a Poggio, dando nel contempo concretezza a quella fede che in quei luoghi e tra quella gente era radicata attraverso il culto del Vescovo



 



 



5 Foto Paolo Ferruzzi Def.jpg



 



Paolo Ferruzzi


 



Nato a Poggio (isola d’Elba) nel 1944 Paolo Ferruzzi, dopo aver frequentato le scuole superiori nel capoluogo dell’isola toscana, si diploma in Scultura al Magistero d’Arte di Firenze, in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma e nella stessa città si laurea in Architettura all’Università “la Sapienza”.



Su concorso nazionale vince la Cattedra di Scenografia per l’Accademia Albertina di Torino che occupa fino al 1995. Dal 1995 è Ordinario della stessa Cattedra, con indirizzo teatrale, cinematografico e televisivo, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma dove ricopre la carica di Direttore Vicario e fa parte del Consiglio Accademico fino al pensionamento dopo 42 anni di insegnamento



Come architetto si manifesta nell’ ambito del restauro e con particolare attenzione al periodo romanico e nel 1995 scopre un’affresco di Giovanni Antonio Bazzi detto “il Sodoma” durante la sua direzione dei lavori nel Santuario della Madonna del Monte in Marciana.



Ha curato numerose scenografie teatrali in Italia, in Canada e in Australia. Ha ideato e curato numerosi allestimenti tra cui quello del “Cinquantenario del Premio Strega”.



Ha illustrato numerosi libri e copertine per case editrici quali Mondadori e  Giunti-Marzocco. E’ stato relatore di numerose conferenze tra le quali “La grafica e il pensiero dell’Artista” e “Architettura e Urbanistica italiana del ‘900” tenute nelle principali università olandesi.



Ha scritto numerosi Saggi storici e ultima, a cura della Soprintendenza alle Belle Arti di Pisa, una ricerca sulle antiche fornaci per calce e mattoni.



E’ stato membro votante del “Premio Giornalistico Arcipelago Toscano” ed è membro del prestigioso premio letterario “Strega” e membro del premio nazionale “Casalini” riservato ai detenuti delle carceri italiano.



E’ stato chiamato a Coordinare le Commissioni Culturali della Fondazione isola d’Elba



 


 


 



 



 



 



 



 




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