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I CAPRILI DELL'ELBA, ARCHITETTURE DA TUTELARE di Michelangelo Zecchini

pubblicato venerdì 26 gennaio 2018 alle ore 23:58:50


I CAPRILI DELL'ELBA, ARCHITETTURE DA TUTELARE  


  di  Michelangelo Zecchini

 



 



Passeggiando per i sentieri collinari e montani del massiccio del Capanne, specie nel versante sud, non è difficile trovarsi di fronte (e ammirare) singolari costruzioni in pietra, a pianta circolare e copertura a pseudocupola, isolate o addossate a grossi massi e dotate di recinti per animali, anch'essi in pietra. Sono i caprili, architetture pastorali. Ce ne sono molto simili, di forma quasi sovrapponibile,  in Abruzzo (caciare), in Liguria (caselle), in Lombardia (baitèi) e nel Canton dei Grigioni (crot). Più o meno difformi, invece, sono  quelle presenti nel Lazio (pagliare),  Puglia (casèdde), Sicilia (pagghiaru o cuburro o cupolo), Sardegna (pinnette), Corsica (pagliaghju), Baleari (talayot), ecc.. 



Per edificare le capanne litiche “non è necessario l'uso della calce: si utilizzano solo pietre … La parete circolare si prolunga in alto senza soluzione di continuità per costruire la volta, ottenuta facendo in modo che le pietre siano sovrapposte ad anelli concentrici sempre più piccoli fino alla chiusura completa” (L. Maroni 2008). L'interno “è estremamente angusto e spartano, dotato a volte di piccole nicchie con funzione di ripostiglio … rudimentale caseificio per la lavorazione del latte, producendo caprini freschi e ricotte ...” (M. Miosi 2012).



Un serio tentativo di censimento dei caprili elbani si deve a Marcello Cosci, il quale, utilizzando l'aerofotogrammetria, compilò nel 2001 una carta di distribuzione. Occorre considerare, però, che all'osservazione dall'alto non fece seguito un riscontro sul terreno, sicché è facile arguire che non siano stati individuati molti caprili, soprattutto nell'area nord-occidentale, nascosti all'occhio fotografico dalla folta vegetazione. Comunque, su un totale di circa 240 manufatti evidenziati da Cosci, la stragrande maggioranza (80%) cerchia il massiccio del Capanne, appena tre sono ubicati nella zona nord orientale dell'isola, una decina intorno al Monte Calamita, una quarantina nella zona centrale (specialmente sul Monte Tambone). Ciò è spiegabile con la funzione delle capanne litiche e degli annessi recinti per ovicaprini, le une e gli altri legati all'attività pastorale e alla transumanza stagionale a corto raggio da valle a monte e viceversa.



Oggi si tende ad affermare che la costruzione dei caprili elbani sia piuttosto recente (anni venti-sessanta del XX secolo) e sia dovuta a pochi pastori elbani quali Oreste Anselmi (classe 1886) Mamiliano Martorella (nato nel 1898), Evangelista Barsaglini (classe 1923). Non c'è dubbio che siano stati proprio i pastori sanpieresi Mamiliano ed Evangelista (soprattutto il primo) a costruire i caprili delle Macinelle, Masso alla Quata, Pietra Murata, Le Mure, ecc; ed è altrettanto sicuro che Oreste Anselmi, re della pastorizia nel versante settentrionale del Capanne, abbia sistemato alcuni recinti nelle valli e nei pianori, in particolare a Serraventosa dove chiuse con muretti a secco i massi granitici che madre natura aveva conformato a capanna. Tuttavia non è possibile credere, per più motivi, che i circa 300 caprili (il numero è stimato, potrebbero essere perfino di più) siano stati edificati tutti da un numero ristretto di pastori in un arco di tempo limitato. A contrastare tale ipotesi riduttiva ci sono diversi dati. Ne cito due. Il primo è che non pochi caprili appaiono 'stratificati': in parole semplici, sotto il caprile moderno (anni Venti-Trenta) si intravvedono le tracce di un caprile più antico, anche se, senza un saggio di scavo, non è possibile precisare quanto. Il secondo dato riguarda il fatto che nel XIX secolo (ma anche nel XVIII) è attestata un'intensa attività di pastorizia, alla quale non poteva non corrispondere l'esistenza, peraltro confermata dai documenti d'archivio, di un cospicuo numero di ricoveri artificiali sulle spianate e sui pendii montani. Fulvio Montauti, per esempio, in uno studio esemplare del 1989 ci offre queste indicazioni: “Nel 1841, il numero complessivo degli animali delle greggi era di 5730 unità di cui 2970 capre e 2760 pecore ... Verso la fine dell'800, dei 16 pastori del Comune di Campo, ben 12 erano di S. Piero, 3 di S. Ilario ed uno abitava a Fonza. Ecco la spiegazione dei caprili esistenti sui monti di Fonza”.



Anche in Abruzzo, come all'Elba, le ultime caciare ogivali risalgono agli anni cinquanta-sessanta del secolo scorso, ma le ricerche abruzzesi, senza dubbio più accurate rispetto alle nostre, hanno accertato che non poche caciare hanno un'origine ben più remota perché sulle pietre utilizzate si trovano incise  date comprese fra gli inizi del XVII e la fine del XIX secolo. Secondo me la successione cronologica dei caprili elbani - almeno per i tempi post medievali - non è dissimile da quella dell'Abruzzo. Ma all'Elba - è opportuno sottolinearlo  - esistevano capanne a pianta circolare o ellettica già intorno al 1000 a. C., com'è stato dimostrato dagli scavi da me condotti presso il Masso dell'Aquila. Esse avevano la  base di pietre e la copertura a supporti lignei arcuati e frasche. Si tratta, dunque, di una tradizione antichissima. Rimane da definire quando sia avvenuto il passaggio dal tetto stramineo alla pseudocupola litica.



In attesa che gli studi sui nostri caprili diventino più puntuali, sarebbe opportuno che l'intero complesso venisse sottoposto dalle autorità competenti a dichiarazione di interesse culturale. Sarebbe un punto fermo per tutelare queste importanti testimonianze storiche, antropologiche, architettoniche e per iniziare il processo di valorizzazione. Altrove lo hanno fatto. Ed è stata una lezione di civiltà.



 




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